
"Con il Mercosur la merce di scambio siamo noi"
Fabriano - Luca Bianchi, Presidente Agia Marche: “Chiediamo stesse regole e controlli per tutti”

Produrre un chilogrammo di miele in Italia costa mediamente 9,70 euro. È il dato che emerge dal rapporto "Honey Cost" del CREA, la prima indagine europea che ha quantificato i costi reali sostenuti dalle aziende apistiche, considerando costi variabili, costi fissi e il valore del lavoro familiare.
Si tratta di una questione che interessa da vicino la regione Marche. Secondo il CREA, l'Italia conta oggi oltre 1,5 milioni di alveari censiti e una produzione di circa 44 mila tonnellate di miele nel biennio 2023-2024 e, nelle Marche, sono presenti mediamente circa 71 mila alveari, quasi il 5% dell'intero patrimonio nazionale, con una diffusione dell'attività apistica superiore alla media italiana e un ruolo economico rilevante per la zootecnia regionale.
I 9,70 euro raccontano con precisione la realtà economica del settore, ma stridono con quanto sempre più spesso si osserva sugli scaffali della grande distribuzione, dove è possibile trovare miele venduto a prezzi inferiori persino al costo di produzione italiano.
È da questa contraddizione che parte il grido d'allarme di Luca Bianchi, presidente di Agia Cia Marche e vicepresidente nazionale di Agia, apicoltore ad Argignano, nel territorio di Fabriano.
"Quel dato fotografa una situazione reale, ma non racconta fino in fondo tutte le difficoltà che affrontiamo ogni giorno. Il nostro lavoro non consiste semplicemente nel produrre miele. Noi manteniamo in vita milioni di api che garantiscono impollinazione, biodiversità ed equilibrio ambientale. In un mondo che parla continuamente di sostenibilità e transizione ecologica, gli apicoltori svolgono silenziosamente un servizio essenziale per l'intera collettività."
Il rapporto CREA evidenzia come il solo costo operativo superi i 6,40 euro al chilogrammo e come i costi variabili incidano per circa 3,60 euro, mentre la resa media nazionale si attesta intorno ai 19 chilogrammi di miele per alveare. Numeri che testimoniano una redditività sempre più fragile, aggravata dall'aumento dei costi energetici, degli imballaggi e dei trasporti.
"Il costo dei tappi è praticamente triplicato fino a raggiungere quello del vetro, il carburante ha superato da tempo i due euro al litro e ogni controllo agli apiari richiede continui spostamenti. A questo si aggiungono tutti gli investimenti necessari per rispettare norme, controlli e tracciabilità che giustamente vengono richiesti alle aziende italiane. Noi queste garanzie le offriamo ai consumatori e hanno inevitabilmente un costo."
Alle difficoltà economiche si sommano quelle ambientali. Il cambiamento climatico rende sempre più imprevedibili le stagioni produttive, mentre la presenza della varroa continua a rappresentare una delle principali minacce per la sopravvivenza degli alveari.
"La varroa ci accompagna da oltre trent'anni. Oggi siamo costretti a interrompere la raccolta anche venti giorni prima rispetto al passato per poter effettuare i trattamenti necessari a salvaguardare le api. Quei venti giorni significano spesso perdere un intero raccolto. Inoltre, gli inverni sempre più miti non determinano più il naturale blocco della covata e questo rende molto più difficile eliminare completamente il parassita."
Proprio mentre il settore è chiamato a sostenere questi costi e queste responsabilità, Agia Cia Marche guarda con forte preoccupazione agli effetti dell'accordo Mercosur: "Noi non chiediamo protezioni. Chiediamo semplicemente che le regole siano identiche per tutti. Se ai produttori italiani vengono richiesti controlli rigorosi, gli stessi controlli devono essere applicati anche ai prodotti che arrivano dall'altra parte del mondo. Diversamente si crea una concorrenza che non è più leale e la merce di scambio rischiamo di essere proprio noi."
Secondo Bianchi, il rischio non riguarda soltanto il reddito delle aziende, ma il futuro stesso dell'apicoltura italiana: "Quando un consumatore trova un miele venduto a 8 euro dovrebbe chiedersi come sia possibile. Noi sappiamo quali sono i costi reali della produzione e sappiamo anche cosa significa garantire qualità, sicurezza alimentare e tracciabilità. Se questi standard non valgono per tutti, il mercato finisce per trattare il miele italiano come una semplice commodity, mentre altrove si genera valore senza sostenere gli stessi costi e gli stessi obblighi."
"La preoccupazione è palpabile – ha aggiunto il Presidente Cia Marche Alessandro Taddei - Veniamo da un'annata disastrosa per il grano, il settore vitivinicolo è in forte difficoltà e a tutto questo bisogna aggiungere la crisi per il miele. Stiamo importando prodotti di dubbia provenienza e alcuni controlli hanno evidenziato la presenza di sciroppi di glucosio spacciati per miele. Il nostro mercato non può essere invaso da questo finto miele, che finisce per distruggere il lavoro degli apicoltori italiani, i quali operano con serietà e si impegnano ogni giorno per offrire un prodotto sano e di qualità. Noi lavoriamo per il bene del settore e ci aspettiamo dal Governo un intervento concreto per limitare l'importazione di questi finti mieli."
Per Agia Cia Marche la questione è anche culturale e politica: "La domanda che dobbiamo porci è molto semplice: da quale parte vogliamo stare? Dalla parte di chi investe sul territorio, tutela l'ambiente e garantisce produzioni controllate oppure dalla parte di prodotti importati che non sempre sono sottoposti agli stessi standard? Ogni vasetto di miele italiano rappresenta molto più di un alimento: significa mantenere vive le api, proteggere la biodiversità e dare futuro alle nostre campagne. Se davvero crediamo nella sostenibilità, allora questa deve valere anche nelle politiche commerciali internazionali."
di Roberto Valeri
29/07/2026







