Il contributo economico dei migranti nel settore agricolo

Ancona - Il Presidente Cia Marche Taddei: “Siamo impegnati a stimolare un confronto istituzionale: serve un approccio multi-agenzia”.

L’agricoltura marchigiana ricorre sempre di più alla componente migrante per far fronte alle richieste di manodopera delle aziende. Una situazione che si traduce anche in un aumento del valore aggiunto creato dalla componente migrante. 
 
Il dato in sintesi emerge da un’analisi condotta dalla CIA – Coltivatori Italiani delle Marche sulla base dello studio realizzato grazie alla collaborazione dell'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni – Ufficio  di Coordinamento per il Mediterraneo – e della Fondazione Leone Moressa, con il contributo del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. 
 
Nelle Marche il valore aggiunto generato dal settore primario, ovvero l’agricoltura, è pari a 697 milioni di euro e di questi ben 92 milioni di euro sono prodotti dalla componente migrante con un’incidenza sul totale pari al 13,2%. Dall’analisi emerge che il settore agricolo italiano continua a dipendere in maniera strutturale dalla manodopera migrante: nel 2024 gli occupati con cittadinanza non italiana rappresentano circa un quinto del totale e contribuiscono in modo rilevante alla creazione di ricchezza, con un’incidenza stimata pari al 18 per cento del Valore Aggiunto agricolo nazionale. 
 
“Questo apporto – si legge nella ricerca – tuttavia, si inserisce in un contesto segnato da fragilità socio-economiche, elevata stagionalità e persistenti livelli di irregolarità, che espongono lavoratori e lavoratrici, in particolare quelli migranti, a maggiori rischi di sfruttamento e indeboliscono la competitività delle imprese che operano nel rispetto delle regole”. L’attività delle associazioni di categoria è fondamentale per avviare un confronto istituzionale per il miglioramento delle condizioni di lavoro. 
 
“Siamo sempre più impegnati – ha detto il Presidente Cia Marche, Alessandro Taddei – a stimolare un confronto istituzionale. Le attività di prevenzione, come è riportato nella ricerca, devono essere potenziate e rese più capillari, consolidando l’approccio multi-agenzia già sperimentato (task force ispettive con mediatori interculturali, sportelli multilingue, punti unici di accesso e attività di outreach nei luoghi di aggregazione dei lavoratori). In parallelo, occorre rafforzare canali di collocamento trasparenti e servizi di orientamento e tutela, anche attraverso strumenti multicanale come gli helpdesk interistituzionali, riducendo la dipendenza da intermediari irregolari e favorendo percorsi di emersione, regolarizzazione e autonomia“ (incluso l’utilizzo di misure come il Budget di Integrazione)”. In questo quadro, il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali ha assunto un ruolo di indirizzo e impulso, promuovendo l’attuazione del Piano triennale di contrasto allo sfruttamento lavorativo e al caporalato in agricoltura (approvato in Conferenza Unificata nel 2020) e sostenendo, nel ciclo di programmazione UE 2021–2027, interventi integrati di prevenzione e presa in carico, in collaborazione con Regioni, Ispettorato Nazionale del Lavoro, enti locali e terzo settore. 

di Roberto Valeri

30/04/2026

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