
Quello che resta di noi? Magari.
San Benedetto Del Tronto - Il nuovo film di Simone Riccioni ed Emilio Mercanti parla dei vizi della nostra società e di come possono essere superati. Insieme.

Gli artisti hanno questo dono che a noi mortali è negato: fiutare il futuro.
Kafka nel suo “Processo” immagina una società talmente complessa da impedire a K. di sapere chi lo accusa e per quale motivo: centoventidue anni dopo, ce l’abbiamo. Boccioni e Balla, all'incirca nello stesso periodo, parlarono di automatismi e macchine: il futurismo adesso è realtà. “The Truman Show” immagina la vita di un uomo filmato e dunque controllato sin dalla nascita: gli algoritmi sono qui.
Ecco, partiamo da questo film per parlare di un altro film con cui ha dei punti di contatto. “Quello che resta di noi”, definito “Made in Marche” per la bravura di LinfaCrowd 2.0 nel fare di Corridonia una piccola fucina di attori e creatività, è una pellicola alla quale ha creduto, sin dalla prima bozza di sceneggiatura, la Banca di Ripatransone e del Fermano: visibile nelle sale di tutta Italia dal 29 ottobre, è stata presentata al Teatro Concordia di San Benedetto del Tronto. Di certo, si tratta di un'opera di quelle che ti fanno entrare in sala con un’idea e uscire pensando “non me lo sarei mai aspettato”.
Sette ragazzi entrano in una villa abbandonata alla ricerca di un antico tesoro: parliamo di un reality dunque e questo ce lo potevamo anche immaginare, si sapeva, era su “tutti i giornali”. Loro sono fragili, estremamente fragili. Chi per motivi che definiremmo evidenti, perché balbetta e tende a compiacere il prossimo per essere accettato, chi a causa della sua totale insicurezza, che la porta a sovraesporsi sui social per esistere. E’ Francesco Pannofino, nella doppia veste di regista del reality e narratore, a spiegarci che c’è un ragazzo che si è chiuso in se stesso, dopo la pandemia, fino a diventare un hikikomori e che Bardo (interpretato da Simone Riccioni, regista insieme a Emilio Mercanti) ex galeotto, è un rifiuto della società, nel senso che appena uscito di galera rischia di aspettare una seconda “vera occasione” che non arriverà mai. Non può mancare la “bella di turno” alla quale hanno fatto credere che l’unica carta che può giocarsi nella vita è il suo corpo e nemmeno la “brava ragazza” un po’ saccente, che se messa alle strette ragiona in maniera egoistica: persino il “terrapiattista”, con la smania dell’occulto, è stato rappresentato e giustamente, ce ne sono davvero tanti in giro. Sembra il panel di una di quelle ricerche di mercato in cui deve essere rappresentato per intero “l’universo di riferimento nazionale”.
Tutti partecipano a un gioco che è anche una specie di esperimento sociologico: uno di loro può conquistare il tesoro, tutti gli altri saranno sconfitti. Riecheggia l’imperativo categorico del “vincere è l’unica cosa che conta”, quello che Fromm intuì nel suo vecchissimo “Essere o Avere” e quello che la società, questa specie di entità multiforme e onnipresente, ci urla dietro ogni volta che ci alziamo dal letto: contiamo in quanto persone di successo, in base al numero di Ferrari e Lamborghini con cui ci compriamo la stima altrui, in relazione alle case che possediamo, ai soldi che maneggiamo.
Il dover accumulare è ormai per noi talmente innato che i nostri protagonisti entrano, appunto, in una villa il cui microcosmo somiglia alla vita quotidiana: siamo circondati dalla bellezza, perché la location scelta per il film è incantevole, basterebbe alzare lo sguardo in qualsiasi direzione per poterla vedere, ma noi cerchiamo i soldi. E li cerchiamo a discapito del mondo intero. Il film parte con questa impostazione e tu lì, sulla sedia, pensi che “quello che resta di noi” sarà ben poca cosa: si uccideranno tutti e il tesoro se lo terrà la produzione del reality, oppure la vecchia contessa a cui apparteneva il maniero, che ogni tanto appare, li farà morire di paura, scatenerà in loro ossessioni latenti che li distruggeranno psicologicamente ancor prima che fisicamente. Una sorta di “Non aprite quella porta” all’italiana.
E invece la sorpresa c’è e il film dovete andarlo a vedere.
Possibilmente, almeno due volte: di solito, se scivolate lentamente lungo la seduta durante i titoli di coda non vi notano, vi lasciano lì e potete rivederlo ancora.
Non è istigazione a delinquere, è istigazione a pensare, a ragionare su come ci siamo ridotti e su come dovremmo essere.
Adesso qualcuno penserà “ecco, questo vuol farci sapere che legge”, però a me tornando a casa, complice una notte particolare in cui (i patiti di astronomia lo sapevano) la Luna si è allineata a Giove e Marte verso le tre del mattino, mi è venuto in mente qualche passo della Magnifica Humanitas, l’enciclica di Papa Leone XIV. La parte iniziale, in cui ci mette in guardia da un’intelligenza artificiale che lede la dignità individuale inalienabile: senza regole, un algoritmo potrebbe negarci un lavoro, una casa, una vita ancor prima che un essere umano consideri la nostra posizione. E la parte finale, in cui il Papa contrappone la Babele del tutti contro tutti alla ricostruzione delle mura di Gerusalemme, che si fa insieme.
Quando il Santo Padre scrive che bisogna recuperare la civiltà dell’amore, ci dice che bisogna “considerare l’altro come un alleato necessario per il bene comune” (paragrafo 186) e, ricordando un’altra enciclica, “Fratelli tutti” di Papa Francesco, aggiunge “trasformando la convivenza da semplice coesistenza armata a comunità di destino”.
Queste parole dell’enciclica sembrano scritte in linea con la sceneggiatura del film, o viceversa. La realtà è che la nostra società va in un verso e l’umanità dovrebbe andare nel senso opposto. E personalmente “non me lo sarei mai aspettato”, ma il messaggio del film è proprio questo: se continuiamo a fregarcene degli altri, forse guadagneremo valuta ma perderemo valori. Senza considerare che un giorno, per qualsiasi motivo che nemmeno immaginiamo, gli altri potremmo essere noi e quando accadrà spereremo di avere un aiuto che non abbiamo concesso e che non ci sarà dato, perché la catena di solidarietà sociale si sta spezzando e non si sa né come né quando saremo in grado di ricostituirla.
Tra enigmi, presenze inquietanti e un temporale che li isola dal mondo, l’avventura di Simone Riccioni, Riccardo Andreucci, Linda Campana, Lorenzo Miccini, Anita Lanciotti, Giovanni Lambertucci e Letizia Trivelli si trasforma in un confronto con le proprie paure e una profonda solitudine esistenziale.
Però vincono. Perché quando le luci del Truman si spengono, succede qualcosa che questo articolo non può svelare.
E, alla fine, quello che resta dei sette ragazzi in villa mi ha fatto pensare: “magari fosse vero”.
di Roberto Valeri
03/11/2026







