
L’odissea al tempo del CoviD-19

Ad oggi, ammontano a circa 35mila gli italiani all’estero che sono riusciti a rientrare da 35 Paesi, il nostro Ministero degli Esteri ha organizzato circa 192 “voli aerei in deroga”, 18 collegamenti via mare e 5 collegamenti via terra.
Da quando il CoviD-19 ha iniziato a diffondersi, i collegamenti tra Stati si sono fatti sempre più complicati, fino ad interrompersi e, dunque, per tutti i cittadini italiani all’estero è iniziata una vera odissea, fatta di una ricerca affannosa del modo per rientrare, di ritardi, annullamenti, attese.
La testimonianza che abbiamo ricevuto è quella di una studentessa che è, al momento, in quarantena dopo il rientro dal Regno Unito: in certi passi, riecheggia l’etimologia stessa del termine “odissea”, dal momento che “Odisseo” sembrerebbe derivare da ὀδύσσομαι, verbo che dal greco antico si può tradurre anche con “essere odiato”.
Infatti c’è dell’odio, del caos ed anche della violenza in alcuni degli episodi narrati, a dimostrazione del fatto che da questa pandemia, a livello interpersonale e di rapporti tra gli Stati, da questa odissea non ci si può “salvare da soli”.
“Dopo oltre due settimane trascorse su Skyscanner a ricercare un modo per tornare a casa – inizia così il racconto della studentessa- lo scorso 18 marzo ho comprato l’unico volo rimasto per Roma, in partenza il giorno dopo alle 12.15 da Londra Heathrow.
La mia università ha sede in una zona dell’Inghilterra collegata direttamente solo con Alicante o Amsterdam, quindi per raggiungere Heathrow sono partita alle 6 del mattino del 19 marzo, con lo zaino da viaggio preferito in spalla, una mascherina in viso, un paio di mutande e calzini, un passaporto ed un computer e tanta paura di non riuscire a valicare la frontiera.
Dopo 4 ore all’aeroporto siamo decollati per Roma, ma a metà viaggio un passeggero dalla fila accanto alla mia ha chiamato uno steward per chiedere aiuto: aveva una crisi respiratoria, per fortuna tra i viaggiatori c’era un medico.
Subito dopo lo spostamento del passeggero sul retro dell’aereo, il velivolo ha effettuato una discesa molto rapida e avvertita da tutti a causa del cambio di pressione all’interno dell’abitacolo, per fare una sosta di emergenza a Milano e caricare su di un’ambulanza il passeggero con la crisi respiratoria.
La situazione è precipitata molto rapidamente: al panico diffuso si è aggiunta la volontà dei milanesi presenti sul volo di non proseguire per Roma, dove avrebbero dovuto invece prendere un’altra coincidenza per rientrare a casa. La speranza data a queste persone da uno steward male informato e la frustrazione di sentirsi negare la discesa dal capitano (i bagagli dei milanesi erano comunque destinati ad essere scaricati a Roma) ha provocato numerose proteste, sfociate nella reazione di una giovane ragazza, che si è scagliata contro uno steward. Dopo un’ora di sosta, in cabina è arrivato un poliziotto, che ha parlato con questa ragazza, la quale in maniera anche molto brusca poi non ci ha voluto raccontare cosa fosse successo: forse, ha denunciato lo steward.
A questo punto mi sono alzata in piedi ed ho chiesto a tutti di calmarsi dicendo loro che queste reazioni potevano solo ritardare il nostro rientro. Non dimenticherò mai gli occhi scioccati e basiti di tutti coloro i quali mi hanno ascoltata: una ragazza dall’età poco decifrabile stava cercando di domare uomini e donne all’apparenza adulti, ma privi di qualsiasi senso di civiltà.
Pochi minuti dopo, il capitano ha annunciato che saremmo partiti entro poco, dopo aver fatto rifornimento. Dopo ben 2 ore fermi all’aeroporto di Milano Malpensa, siamo decollati ed atterrati a Roma intorno le 19.00, dopo 7 ore dalla nostra partenza da Londra Heathrow e 12 ore dalla mia partenza. Ho tirato un mezzo sospiro di sollievo, perché sapevo che mi aspettavano molte ore di guida e 14 giorni di isolamento.
Mio padre mi stava aspettando a Roma dalle 16.00 di quel pomeriggio, ed era pronto a ripartire. A Fiumicino, una volta fatti i controlli, misurata la febbre all’arrivo, compilata l’autocertificazione e raggiunto mio padre nel parcheggio dell’aeroporto, siamo ripartiti con due macchine separate verso la destinazione finale.
Niente abbracci, niente contatti. Un freddo saluto a distanza di 5 metri e un veloce scambio di comunicazioni sulla strada che mi rimaneva da percorrere. Non era il caso di soffermarsi più a lungo, perché presto le mie energie si sarebbero esaurite.
Quei chilometri di strada sono stati il mio primo lungo viaggio alla guida di un’auto ed i miei ultimi metri di libertà prima di giungere all’appartamento dove mi sarei isolata. Una volta approdata nell’appartamento che mi era stato predisposto per l’isolamento precauzionale, ho tirato l’altro mezzo sospiro che mi era rimasto sospeso tra i polmoni. Mi sono fatta una veloce doccia, fredda peraltro e sono andata a letto.
Ero pronta ad affrontare le 2 settimane più strane della mia vita, con tanta voglia di prendere nota di quello che mi era accaduto e di proseguire con il mio corso di studi con lezioni ed esami telematici”.
di Roberto Valeri
30/03/2020







